Ipotesi di abusi sui minori e valutazione dell’attendibilità testimoniale: tra verità, menzogne e false credenze
A. Lisi I. Grattagliano
Ipotesi di abusi sui minori e valutazione dell’attendibilità testimoniale: tra verità, menzogne e false credenze
A. Lisi I. Grattagliano
Parole chiave: valutazione della testimonianza del minore, menzogna infantile, false credenze, false accuse.
Key words: evaluation of the underage witness, childish lie, false beliefs, false allegations.
SOMMARIO: 1. Introduzione pg. 1
2. Aspetti della valutazione dell’attendibilità testimoniale infantile pg. 5
3. La testimonianza del minore tra verità, bugie e false credenze pg. 9
4. Il fenomeno delle false accuse pg. 23
5. La ritrattazione dell’accusa pg. 35
1. Introduzione
Negli ultimi decenni si è potuto assistere ad una doverosa e crescente attenzione connessa alle sempre più numerose segnalazioni relative ad episodi di presunti o reali abusi perpetrati nei confronti di minori. Inoltre, coloro che quotidianamente prestano la loro professionalità in quest’ambito hanno la percezione tangibile che gli abusi realmente perpetrati siano di gran lunga maggiori di quelli noti alle statistiche: per quanto riguarda ad esempio i dati relativi alle vittime minorenni che abbiano subito tra gli anni 2002 e 2005 tentativi di violenza e/o violenze consumate, una indagine condotta da Telefono Azzurro ed Eurispes offre una panoramica sui crescenti numeri relativi alle segnalazioni di reato e quelli riguardanti le persone denunciate all’Autorità Giudiziaria .
Come per la violenza sessuale a danno di soggetti adulti, anche per i minori c’è una chiara prevalenza di vittime di sesso femminile sia delle bambine che delle adolescenti; ad esempio questo dato raggiunge il 77,8% nel primo semestre del 2005. L’abuso sessuale a danno di minori riguarda anche i maschi, sebbene con valori notevolmente inferiori (22,2% nel primo semestre del 2005). Riguardo alla classe d’età, la prevalenza percentuale si registra nella classe intermedia (11-14 anni), anche se le oscillazioni con la classe d’età dei bambini più piccoli (0-10 anni) sono molto lievi soprattutto negli anni 2003, e nel primo semestre del 2005.
Nel presentare una sintetica rassegna dei dati relativi al fenomeno dell’abuso sessuale all’infanzia nel nostro Paese, non possiamo tralasciare di considerare come spesso le vittime siano di nazionalità straniera, anche se l’andamento del fenomeno ha subito varie oscillazioni nel corso degli anni considerati. C’è stato, infatti, un incremento dei minori vittime di abuso di nazionalità straniera nel 2002 (13,2%), seguito da una flessione nel 2003 (8,6%) e, quindi, un incremento circoscritto nel 2004 (9,4%). Il dato parziale del 2005 rileva che le vittime di nazionalità straniera sono 53 (11,6%), ovvero una porzione rilevante rispetto al campione generale (455 soggetti) .
Anche nel caso di minorenni, spesso, tra l’autore e la vittima esiste un rapporto di conoscenza, meglio definita relazione intraspecifica, ovvero relativa a quel tipo di violenza perpetrata da persone vicine, ben note e conosciute dalle vittime e non necessariamente appartenenti al contesto familiare delle vittime stesse. Tuttavia, nel caso dei reati sessuali a danno di minori sembra che, molto spesso, l’autore sia un parente della vittima, nella maggior parte dei casi risulta essere il padre, il patrigno o uno zio e questo dato presenta un incremento proprio nell’ultimo arco temporale considerato . La letteratura psicologica, psichiatrica, criminologica ed in genere di profilo forense, continua a far registrare contributi teorici, scientifici e metodologici sempre più indispensabili e capaci di coadiuvare le procedure di indagini e tutela di tutte le parti coinvolte in tali drammatiche questioni. Tuttavia, basta soffermarsi su eventi di cronaca contemporanea per riflettere su quanta strada ci sia ancora da compiere nel nostro Paese in questo settore. L’enfasi mostrata dagli organi di informazione, nonché la confusione ed il disorientamento che tali vicende procurano quotidianamente all’opinione pubblica, forse potrebbero rappresentare per le istituzioni ed i professionisti che a diverso titolo operano in procedimenti ed indagini di questo tipo, degli ulteriori indicatori della necessità di far chiarezza su come oggi il fenomeno abuso infantile vada compreso, approcciato e gestito su più fronti, da quelli relativi ai molteplici soggetti coinvolti (ad es. forze dell’ordine, magistrati, consulenti, abusanti, vittime-testimoni ecc…) a quelli inerenti le normative e le metodologie di indagine e gestione del fenomeno, al fine di intervenire in questi casi in maniera sempre più tempestiva, collaborativa, adeguata e sistematica. Poiché un episodio di abuso, specie se di carattere sessuale, raramente ha spettatori (basti pensare alla complessa questione dell’abuso intrafamiliare), e di rado lascia una traccia sulla vittima che possa considerarsi inequivocabilmente segno specifico o patognomonico di abuso, l’ascolto delle dichiarazioni e la testimonianza della vittima-testimone costituiscono, nella maggioranza dei casi, l’unico indizio di esistenza del reato ancor prima delle prove della colpevolezza di qualcuno, nonché l’unico elemento su cui magistrati ed indagini devono basarsi. In relazione alle rivelazioni, dichiarazioni od accuse dirette ed indirette fornite da un minore presunta vittima-testimone di un abuso, può sorgere più che spontaneo e necessario domandarsi se quello che il bambino lascia trapelare siano dettagli, per quanto preoccupanti ed allarmanti, relativi ad un episodio realmente accaduto oppure frutto di un più ampio ventaglio di ipotesi che possono spaziare dalla presenza di fantasie all’esistenza e costruzione di false credenze o vere e proprie menzogne. In casi di questo genere risulta pertanto evidente come l’attendibilità in senso psicologico e psichiatrico della piccola vittima-testimone di abuso, la sua credibilità e la fondatezza delle sue dichiarazioni o accuse, si rivelino talvolta il terreno su cui si sviluppa tutto il processo e su cui avvengono gli scontri maggiori a livello forense. In questa prospettiva testimonianza infantile e valutazione dell’attendibilità andrebbero considerate ed esaminate soprattutto come un evento psichico e da un punto di vista strutturale, analizzando cioè i fattori e le dinamiche che contribuiscono alla costruzione e distorsione dei vari elementi testimoniali lungo tutte le fasi del processo stesso, da quella percettiva a quella narrativa. Basti ricordare, ad esempio, l’influenza che l’età (con le sfumature dei livelli di sviluppo del minore) ed il fenomeno della suggestionabilità, esercitano sulle dichiarazioni del bambino e sulla strutturazione ed utilizzo delle diverse metodologie di audizione e raccolta della testimonianza, oppure i meccanismi che regolano l’assunzione delle informazioni ed il funzionamento stesso della memoria.
Per questo appare di cruciale importanza, ai fini di uno svolgimento corretto delle indagini, un’assunzione tempestiva della testimonianza che, utilizzando tecniche e metodologie appropriate, raccolga informazioni il più possibile corrette e che soprattutto non interferisca con i ricordi dell’abusato andando a crearne di nuovi, falsi.
L’importanza di una corretta e professionale valutazione del minore e delle sue dichiarazioni, infatti, va ben ponderata non solo al fine di rendere gli interventi relativi ai casi di presunto o reale abuso sempre più adeguati e efficaci, ma anche in funzione della necessità di evitare i molteplici errori che potrebbero avere pesantissime ricadute sulla vita dei diversi soggetti coinvolti in tali procedure legali, ricordiamo infatti come per dettato Costituzionale, e fino a prova contraria, gli eventuali indagati non possono essere considerati presunti colpevoli ma presunti innocenti. Inoltre un effettivo rispetto e tutela del benessere psicologico e della possibilità di una crescita serena del minore, prevedono la necessità di evitare allo stesso di incorrere in ripetuti ed altrettanto traumatizzanti colloqui o interrogatori da parte di vari professionisti: spesso infatti, si rischia che al trauma dell’abuso si aggiunga quello dell’iter giudiziario paradossalmente attivato in sua tutela.
2. Aspetti della valutazione dell’attendibilità testimoniale infantile
Volendo inquadrare questa premessa generale sul problema specifico della valutazione in senso psicologico e psichiatrico dell’attendibilità della vittima-testimone e delle sue dichiarazioni (uno dei quesiti fondamentali su cui l’esperto perito o consulente è chiamato ad esprimersi), non si può fare a meno di sottolineare come il rigore metodologico dei professionisti coinvolti in indagini su casi di presunto abuso su minore, sia non solo una necessità pratica ma un vero e proprio imperativo morale e deontologico, che va supportato e nutrito, per avere validità scientifica, dell’apporto delle scienze che più hanno studiato, negli ultimi decenni, i problemi della testimonianza in età evolutiva. Ad es. la psicologia della età evolutiva e dello sviluppo costituisce quindi il substrato teorico-scientifico su cui fondare buona parte della psicologia della testimonianza del minore. Tuttavia quando ci si riferisce alle competenze metodologiche dell’esperto, va sottolineato come quest’ultime debbano non soltanto essere rigorose rispetto ai dati psicologici e fenomenologici che emergono dall’oggetto d’indagine (la testimonianza del minore presunta vittima), l’esperto infatti deve anche poter circoscrivere il proprio ambito epistemologico, cioè di applicazione delle regole che ne assicurano la scientificità. Appare importante pertanto per lo psichiatra e lo psicologo, “imparare a differenziare (anche dal punto di vista metodologico) i diversi ambiti nei quali si può trovare ad operare, a tenere ben presente che ipotesi, suggestioni ed interpretazioni cliniche, utili ai fini terapeutici, non possono essere trasferite passivamente nel contesto forense, che richiede non solo diversa prudenza ma anche maggiore coscienza dei limiti delle proprie valutazioni” . Nella prassi quotidiana psicologo giuridico e psichiatra forense, così come anche alcuni operatori del diritto, affronterebbero lo squilibrio presente tra livello di principio (rappresentato dalla norma giuridica), e livello di fatto (la realtà concreta), squilibrio che si riverbera poi nella dialettica, sempre presente nei temi di psicologia giuridica e psichiatria forense, tra verità clinica e verità giudiziaria. Nel rispondere al quesito peritale lo psicologo tiene presente che il suo scopo è quello di fornire chiarificazioni al giudice senza assumersi responsabilità decisionali né tendere alla conferma di opinioni preconcette. Egli non può e non deve considerarsi o essere considerato sostituto del giudice. Fondamentale si rivela pertanto, l’attenzione richiesta ai magistrati nella formulazione dei quesiti da porre ai periti, e a questi ultimi la capacità di evitare la traduzione acritica della presunta verità clinica (frutto di un’indagine psicologico-psichiatrica che il magistrato o il difensore possono utilizzare per meglio giungere alla ricostruzione del fatto-reato e al fine di attribuire le singole, specifiche, chiare responsabilità individuali), in verità processuale (compito di esclusiva pertinenza del magistrato) . L'importanza della testimonianza varia a seconda delle situazioni fino a raggiungere rilevanza assoluta in campo giudiziario. In questo caso lo studio psicologico e psicopatologico del processo testimoniale é rivolto alla conoscenza delle fonti d'interferenza e delle deformazioni più frequenti, che possono portare a discrepanze o deformazioni della realtà obiettiva dei fatti nella loro rievocazione da parte del testimone. Come anticipato, nei confronti di un teste l’intervento psicologico e psichiatrico-forense punta a stabilire attendibilità e capacità di testimoniare del soggetto (artt. 196 e 498 c.p.p.). Nello specifico, inoltre, l’esame testimoniale di un minore prevede che il magistrato possa avvalersi, tra gli altri, dell’ausilio di un esperto in psicologia infantile (art. 498 c.p.p.).Nella prassi psicologico-forense il contributo del perito si connota come un dato fondamentalmente descrittivo, allargato a comprendere naturalmente tutti gli elementi utili, non solo quelli più strettamente clinici ma anche le modalità relazionali, lo stile cognitivo, la qualità delle relazioni, ecc., lasciando quindi al prudente apprezzamento del magistrato la loro valutazione ai fini della sostenibilità dell’ipotesi accusatoria. L’attenzione del perito deve chiaramente tenere conto preliminarmente di un inquadramento clinico-diagnostico (che soddisfi criteri diagnostici condivisi e resi confrontabili attraverso i manuali statistici), ma deve anche necessariamente e successivamente orientarsi verso l’esplorazione del funzionamento della persona e verso la contestualizzazione della sua eventuale compromissione, tenendo conto, quindi, anche dell’organizzazione cognitiva, dell’assetto affettivo-relazionale, della gestione delle emozioni, del rapporto e contatto con la realtà e con gli altri, così come del retroterra socio-culturale, delle caratteristiche della relazione e del contesto in cui è avvenuto il fatto, dell’eventuale assunzione di determinati farmaci e via discorrendo . Rifacendoci ad una oramai celebre definizione offerta da Fornari (1997), un testimone può essere considerato attendibile quando: può offrire una versione dei fatti obiettiva, concreta, precisa, realistica al punto tale che il magistrato può tenere conto anche di questa per accertare o escludere determinate responsabilità e per ricostruire l’esatto svolgimento dei fatti. Ovviamente, quest’ultimo non potrà prescindere dai riscontri obiettivi, perché anche una persona attendibile può dichiarare il falso. In caso contrario (non attendibilità del testimone), egli (sempre il magistrato) non potrà fare affidamento sulle dichiarazioni del soggetto, ma dovrà pervenire al proprio convincimento attraverso altri accertamenti, “esterni” al soggetto stesso e prescindendo dalle sue dichiarazioni, che peraltro non necessariamente debbono essere ritenute non veritiere. Anche una persona non attendibile, cioè, può dire la verità .Il testimone non sembrerebbe, al pari di uno strumento di precisione, in grado di “fotografare” in maniera esatta tutto ciò di cui, a diverso titolo, è stato spettatore. Ma proprio a causa di questa aleatorietà e dell’intervento del libero arbitrio, il teste (soprattutto se minorenne), pur configurandosi spesso come essenziale strumento di valutazione dell’evento, rischia di non risultare talvolta dotato di “dignità scientifica”: la ricostruzione di un evento si dimostra essere, infatti, sovente frutto di una commistione di percezioni, inferenze, congetture ecc., e la stessa memoria non si traduce in una “fotografia” della realtà, ma si delinea piuttosto come un processo dinamico che si articola in più fasi (come la percezione, l’immagazzinamento, il recupero), tutte fortemente influenzabili da fattori emotivi, culturali e ambientali .Sotto il profilo logico la testimonianza graviterebbe, infatti, attorno al rapporto tra il dire e il sapere, dove dire e sapere significa “testimoniare”, sapere e non dire significa “essere reticente”, non sapere e non dire significa “ignorare”, dire e non sapere significa “errare”. Per questo motivo autori come De Cataldo Neuburger e Gulotta ritengono che non si dovrebbe chiedere ad una persona di giurare di dire la verità, ma solo di essere quanto più sincera possibile .
Ad integrazione di quanto già esposto sembra utile distinguere, nell’esame della testimonianza, la competenza del testimone dalla credibilità delle sue affermazioni, elementi che debbono entrambi concorrere nella formulazione, da parte del perito, del giudizio di attendibilità del testimone. La valutazione della competenza, ha come oggetto le funzioni psichiche di base che consentono al bambino di essere idoneo come testimone (es. capacità di percezione, di memoria, coerenza e continuità del pensiero, comprensione e competenze linguistiche, capacità di distinguere la realtà dall’immaginazione) e deve tenere conto dei fattori legati alla psicologia e alla psicopatologia dello sviluppo. La credibilità, invece, si riferisce all’accuratezza e sincerità della dichiarazione (come precisato dall’American Academy of Child and Adolescent Psychiatry, 1997 ), ed è in relazione con gli specifici fattori contestuali e motivazionali che possono influenzare il processo di rivelazione del fatto e la propensione alla sincerità, interferendo variamente sull’acquisizione, sulla ritenzione e sulla comunicazione verbale. La credibilità resta, dunque, legata agli eventuali elementi suggestivi che possono aver agito implicitamente o esplicitamente, internamente o esternamente sul soggetto testimone e/o sulla sua testimonianza.
Inoltre, sempre Fornari, ribadisce come si possa parlare di testimone attendibile qualora nei suoi meccanismi psichici non si ravvisa, da un punto di vista clinico, alcun processo che possa inficiare precisione, obiettività, serenità di percezione, di conservazione e di rievocazione. Il che non significa che egli dica o abbia detto la verità. Può benissimo darsi che egli non la voglia dire, che sia un bugiardo. Affermare che egli è attendibile significa solo dire che egli, se vuole, è in grado di dire la verità, non che necessariamente quello che ha dichiarato è vero; nello stesso modo, infatti, egli può dichiarare il falso . D’altro canto il testimone può essere dichiarato inattendibile qualora a causa di alterazioni patologiche della memoria, del pensiero, della percezione, dell’affettività, per disturbi strutturali o emotivi della personalità o per immaturità (come nel caso del minore) venga inficiata la sua capacità di dire il vero quand’anche egli lo voglia: tale soggetto, infatti, non sarebbe in grado di poter dire il vero, risultando incapace di cogliere la realtà dell’evento vissuto, o qualora la percepisse correttamente, incapace di elaborarla, immagazzinarla, rievocarla, riproporla e narrarla senza alterarla secondo direttive proprie o finalismi che di volta in volta variano, e che arricchiscono i fatti esposti di particolari del tutto gratuiti e soggettivi .Questo apre all’approfondimento di uno dei molteplici aspetti e nodi problematici collegati al fenomeno delle false accuse e alla valutazione stessa dell’attendibilità della testimonianza infantile, ovvero quello relativo al rapporto a verità, bugie e false credenze.
3. La testimonianza del minore tra verità, bugie e false credenze
Poiché in genere il comportamento di chi mente e di chi inganna viene sostanzialmente considerato la stessa cosa, appare opportuno compiere alcune distinzioni: la menzogna ed i suoi sinonimi, bugia, frottola, impostura, si riferisce al contenuto della comunicazione e cioè alla rivelazione di un messaggio che non si ritiene vero, cioè non corrispondente ai fatti. L’inganno è invece un comportamento teso ad incidere non solo sulle conoscenze ma anche sui comportamenti, le aspettative, le motivazioni dell’altro. Nella menzogna l’accento è posto sulla funzione informativa della comunicazione, nell’inganno sulla funzione di influenza interpersonale, tuttavia si può essere non veritieri senza per questo mentire: un consiglio sbagliato dato in buona fede non è un inganno, anche se, in pratica, induce chi lo riceve in errore .
Tra le varie ipotesi esplicative proposte per inquadrare i diversi moventi a mentire ed ingannare possono annoverarsi quelle secondo le quali si inganna per:
• Controllare l’interazione;
• Massimizzare i vantaggi;
• Minimizzare i costi;
• Presentare se stessi o altri in un certo modo.
Il primo punto consiste in obiettivi interpersonali; il secondo e il terzo punto in obiettivi strumentali e il quarto in obiettivi d’identità .Insomma, si può mentire per sapere, per far sapere, mentire per non far sapere, per fare, per non fare, per salvare la faccia propria o altrui, per iniziare, tenere in vita o concludere una relazione, per creare o evitare conflitti o per limitarne le conseguenze, per vendicarsi di un inganno subito, per indurre gli altri a soffrire, a preoccuparsi, per evitare agli altri sofferenze e preoccupazioni, per togliere dall’imbarazzo, per pietà e commiserazione, ecc. .
L’inganno e la menzogna sarebbero quindi strategie dalle quali ci si aspetta di ricevere certi benefici e vantaggi, e alle quali si ricorre spesso quando la situazione sembra richiederlo. Affermazioni di questo tipo evidenziano come sia notevolmente complicato il lavoro valutativo in termini di vero/falso perché moltiplica il numero di parametri di cui si deve tener conto per arrivare ad un giudizio. L’abilità con cui si mente e la capacità con cui si manovra un dato strumento comunicativo, per di più, sono elementi strettamente soggettivi, dipendendo in genere, da remoti processi di apprendimento. La capacità di mentire, infatti, necessita di essere appresa: la menzogna consisterebbe in un uso improprio del linguaggio, in una attività sociale deviante che falsifica la rappresentazione di eventi, persone, moventi ed intenzioni. Il risultato, cioè l’inganno, non dipende da un errore nella comunicazione o da ambiguità di linguaggio che vengono abilmente sfruttate, ma dalla palese e intenzionale violazione da parte del mentitore degli accordi fiduciari che stanno alla base del linguaggio, che può venir usato quindi per non informare e controllare l’interazione .
In tema di falsa testimonianza (infantile e non) si può distingue tra:
a) la pseudo-menzogna, ossia la fisiologica, inconsapevole, non strumentale e non finalizzata tendenza, presente ad esempio nel bambino fino ai 6-7 anni, a confondere la fantasia con la realtà, il soggettivo con l’oggettivo;
b) la menzogna propriamente intesa, che è invece la manifestazione cosciente e utilitaristica di un pensiero o il resoconto di un fatto non rispondenti al vero;
c) la bugia psicogena che consiste nel non dire il vero o per paura del castigo del genitore, o per ingraziarselo, o per proteggerlo, o per vendetta, o per attirare l’attenzione altrui, o per compensare sentimenti di inferiorità a vari livelli, o per altri motivi che traggono la loro origine da carenze psicopedagogiche e tematiche conflittuali di varia natura;
d) la bugia patologica che è la menzogna sottesa da stati di ritardo o insufficienza intellettiva, da sindromi psicotiche o da alterazioni strutturali della personalità. Esistono poi vari sottotipi di bugia patologica (bugia del debole mentale, bugia psicotica, bugia nelle strutture abnormi di personalità, mitomania) .Come si può dedurre, la valutazione della sussistenza dei presupposti di competenza di un testimone-vittima minorenne e della credibilità delle rivelazioni che egli in qualche modo produce, passano necessariamente attraverso un’analisi, quanto più possibile critica ed obiettiva, di una serie di variabili di natura comportamentale, cognitiva e relazionale. A tal proposito si evidenzia primariamente la necessità di appurare la capacità del minore di differenziare i suoi pensieri ed i suoi sentimenti dalla realtà oggettiva esterna, se è in grado di comprendere il significato del suo ruolo di testimone, e verificare l'influenza dei bisogni e dei fattori emotivo-affettivi sulle funzioni della memoria e sulle capacità di giudizio morale, soprattutto in relazione alla rappresentazione di verità e di menzogna che egli possiede . Un ruolo basilare spetta, quindi, all’accertamento dell’esame di realtà del minore, e ciò alla luce della “presenza nel bambino e nell’adolescente di elementi di tipo immaturativo, ideazione magica, facile suggestionabilità, incapacità o difficoltà nel separare l’Io dal non Io, il soggettivo dall’obiettivo, l’accaduto dall’immaginario” . In generale, l’abilità a mentire e a fronteggiare la menzogna dipende dalla competenza comunicativa, dalla capacità di comprendere il proprio punto di vista e quello altrui, ma soprattutto dalla capacità di agire intenzionalmente . Nei bambini, sempre in accordo con il modello di sviluppo cognitivo piagettiano, la produzione sembra precedere la comprensione: ad es. nascondere un oggetto al partner è un comportamento che un terzo dei bambini di 2-3 anni sa metter in pratica, ma che il bambino sappia produrre un comportamento di occultamento non implica che sappia comprendere, che sappia cioè conferire intenzionalità alle strategie di gioco adottate. Lungo il processo di educazione e socializzazione del bambino si può assiste all’impiego, da parte dagli adulti, di svariati tentativi ed iniziative atte ad inibire il ricorso alla menzogna, che nonostante ciò, rimane tra i principali comportamenti trasgressivi a cui i bambini ricorrono. Una spiegazione di questo divario potrebbe risiedere nel fatto che queste manovre educative presuppongono da un lato che il bambino capisca il significato di parole come bugie, verità, onestà e dall’altro che la sua attribuzione di significato sia coerente con quella che l’adulto ha delle stesse parole. Lo stesso Piaget non si stupiva degli insuccessi di questa battaglia educativa dal momento che, a suo avviso, la tendenza a mentire è una tendenza naturale e spontanea, così spontanea e universale da essere considerata un aspetto essenziale del pensiero egocentrico del bambino .Le ragioni che spingono i bambini a mentire possono essere svariate. Secondo Ekman i bambini mentirebbero, nell’ordine, per evitare la punizione, per ottenere qualcosa che altrimenti non potrebbero avere, per proteggere gli amici, per proteggere se stessi, per conquistare l’ammirazione o l’interesse degli altri, per evitare situazioni sociali sgradevoli, per evitare l’imbarazzo, per salvaguardare la privacy. Sempre secondo questo autore, la prima esperienza di una bugia andata pienamente a segno si situa in media tra i 5 e i 7 anni .Che le bugie possano in qualche modo “servire” è una conclusione a cui il bambino arriva anche da piccolissimo, ed a tal proposito De Cataldo Neuburger distingue:
• Le bugie utilitaristiche, che servono ad esempio, per attuare strategie di evitamento di situazioni spiacevoli (ad esempio la punizione), e quindi per trarre vantaggio dall’alterazione della realtà.
• Le bugie compensatorie, che nascono invece dalla necessità avvertita dal bambino di enfatizzare competenze, prestazioni, esperienze personali o familiari per offrire un’immagine di sé migliore, straordinaria, onnipotente. Il grado estremo di queste fantasticherie confabulatorie è la mitomania che se diventa patologica nell’adulto, costretto a sostituire una realtà insopportabile con una fittizia, è fisiologica nel bambino che sogni. Queste bugie/fantasie producono materiale insidioso che è “vero” come rappresentazione dei bisogni del soggetto, ma “falso” rispetto al piano della realtà.
• Le bugie da bisogno di protagonismo, che riguardano di solito, la narrazione di eventi non veritieri. È un fenomeno particolarmente frequente nei bambini e negli adolescenti che se ne servono per attirare l’attenzione degli adulti, per porsi al centro delle situazioni, per dare di sé una certa immagine, per risolvere conflitti interiori o pulsioni non accettabili .
È importante distinguere la menzogna dalla fabulazione: quest’ultima può essere, infatti, percepita come di natura diversa. Staccandosi dalla realtà, la fabulazione fa esclusivamente appello alle risorse dell’immaginazione, non curandosi più di logica e coerenza. Appare più labile, più incerta della veridicità, può creare illusioni momentanee e far si che, allontanandosi dal concreto, si creino ricordi errati .
L’elaborazione fantastica, tipica della prima e della seconda infanzia è intesa da Piaget come difficoltà a distinguere la realtà dalla fantasia. Essa è priva di intenzionalità e andrebbe considerata come incapacità ed immaturità del bambino nel percepire se stesso, gli altri e ciò che accade intorno a lui. La bugia, al contrario, riguarda una precisa, consapevole ed intenzionale volontà di mentire pur potendo conoscere e distinguere bene il dato di realtà .
La natura e le caratteristiche delle menzogne, così come l’acquisizione del concetto di verità, riproducono il graduale sviluppo cognitivo e psico-affettivo del bambino. Il pensiero infantile dai 3 ai 6 anni si caratterizza per egocentrismo (inteso come difficoltà a stabilire confini tra se stessi, la propria persona e la realtà fisica e sociale) e realismo (inteso come tendenza a considerare le manifestazioni concrete e visibili della realtà ignorandone i significati simbolici e astratti). Con lo sviluppo linguistico, intorno ai 3-4 anni, il bambino presta attenzione a due aspetti specifici: che è possibile non dire tutto perché “il pensiero non è trasparente”, e che la possibilità di dire bugie conferma la sua individualità ed è quindi un modo per dare voce ai suoi desideri, pensieri che fanno parte di una realtà diversa da quella oggettiva e razionale, tanto è vero che tra i 4 e i 5 anni il minore inizia a mostrare qualche iniziale capacità di ingannare gli altri, ed in misura maggiore i coetanei, inducendoli a credere cose che egli sa non essere vere (ad es. all’esistenza di mostri o fantasmi). Verso i 6 anni il bambino passa gradualmente sempre più dalla bugia come fuga nell’immaginario o come negazione di un fatto, al mentire sui propri stati d’animo, alla possibilità di dissimulare le proprie intenzioni e di ingannare sui sentimenti . Come le ricerche di Piaget dimostrano, i bambini tra i 5 e i 7 anni, anche se sono perfettamente consapevoli delle sfumature di significato tra atto intenzionale ed errore involontario, tendono ad ignorare questa distinzione e a raggruppare i due comportamenti sotto il nome di bugia. Egli ha anche messo in evidenza come i bambini di età inferiore agli 8 anni tendano a considerare “bugie” gli errori aritmetici tipo: “2+2=5”, i lapsus di memoria, il dire una parole per un’altra, le esagerazioni, le fantasie, le brutte parole . Il bambino, stando a queste ricerche, metterebbe quindi sullo stesso livello della bugia ogni espressione che non riesce a trasmettere la “verità” letterale e obiettiva, con la conseguenza che dire una bugia significa commettere uno sbaglio, anche se involontario, per mezzo del linguaggio .
Altro punto critico riguarda la capacità di giudizio morale del minore, ovvero la possibilità di discriminare tra verità e menzogna e di distinguere con chiarezza tra le due. Le numerose ricerche che si sono occupate di questo argomento, concludono concordemente che i bambini al di sotto dei 6/7 anni hanno una concezione di bugia diversa da quella di bambini più grandi e degli adulti . Ad esempio per un bambino nella fase piagettiana definita come eteronoma (dove il valore delle azioni dipende dall’autorità di chi le prescrive), una informazione incompleta è una bugia, così come, tra due affermazioni entrambe false, è considerata bugia quella che ha un maggior contenuto di irrealtà. Per il minore, la bontà o la cattiveria delle sue azioni, dipendono solo dal tipo di risposta che suscita da parte degli adulti significativi: le affermazioni seguite da punizioni sono bugie, mentre quelle che ricevono approvazione sono considerate verità. Sono questi complessi meccanismi che renderebbero difficilmente distinguibile, per un bambino piccolo, il vero dal falso .
Bisogna ricordare inoltre che i bambini definiti da Piaget “pre-operatori” (2-7 anni) possono, a causa del proprio egocentrico punto di vista, trovare difficoltà a credere di sapere qualcosa che l'adulto già non sappia, esprimendosi pertanto come se l’interlocutore conoscesse a priori quello che sta dicendo, omettendo importanti parti del discorso oppure mostrandosi disorientati nell'intervista. Verso i 7-8 anni il bambino sviluppa sempre più la capacità di indurre gli adulti a pensare che sta dicendo la verità mentre in effetti mente, e ad operare sottili distinzioni tra vari tipi di dichiarazioni non veritiere come sarcasmo ed ironia. In pratica, secondo il parere degli esperti, se un bambino sotto i 7 anni fa una falsa dichiarazione di abuso, è probabile che si tratti di un errato convincimento piuttosto che di una bugia intenzionale. Dopo i 7 anni, occorre esercitare maggiore attenzione per distinguere la menzogna intenzionale dal falso convincimento .Con il passare del tempo il realismo del minore, questa volta morale, regola l’evoluzione delle convinzioni infantili sulle ragioni per cui non si deve mentire (ad es. perché si è puniti; perché è un atto cattivo anche se non si viene puniti; perché ingannare gli altri distrugge la fiducia, ecc.). Nella stessa dimensione va considerata la diversa valutazione che viene data alla menzogna a seconda del destinatario: mentre i bambini più grandi ritengono che abbia la stessa gravità dire una bugia ad un coetaneo o ad un adulto, i più giovani tendono a considerare più grave la bugia detta agli adulti “perché si accorgono più facilmente che le cose dette non sono vere”. Questo tipo di giudizio dipende dal fatto che la gravità di una bugia, in questo stadio evolutivo, viene commisurata al grado di deformazione che la verità subisce, deformazione che si manifesta in tutta la sua pienezza quando la bugia è detta ad un adulto .
Osservando poi le fasi dello sviluppo morale del bambino, così come proposto da Kohlberg , si assiste ad un passaggio da uno stadio preconvenzionale, che copre la fascia di età dai 4 ai 10 anni, nel quale il minore agisce al fine di ottenere ricompense personali, scambi di favori ed evitare la punizione, poiché sono i criteri esterni a formare la base del giudizio morale. Dopo gli 8 anni la menzogna inizia ad essere gestita intenzionalmente, ad esempio per mettere alla prova le reazioni degli adulti a vari comportamenti. Durante lo stadio successivo o convenzionale, infatti, cambia il concetto di verità: il minore diventa attento alle aspettative degli altri e sente il bisogno di adeguarsi per ottenere apprezzamento e approvazione. I bambini a questo stadio di sviluppo mostrano ad esempio “compiacenza” verso quello che percepiscono essere l’interesse di chi li interroga se sentono di poterne ricavare qualcosa in cambio, come la sensazione di essere apprezzato o utile. Ricevere approvazione da figure autorevoli viene ritenuto più importante di dire la verità. In altri termini, il bambino può capire che non sta dicendo la verità ma ritenerlo meno importante di ricevere approvazione.
A livello postconvenzionale, che inizia con l’età dell’adolescenza, il ragazzo mira, anche a costo di mentire, a salvaguardare un suo spazio interiore privato dal quale i genitori e gran parte delle figure adulte sono volutamente escluse. L’adolescente, infatti, riesce a tollerare una gran quantità di segreti e può ricorrere alla bugia che ora acquisisce funzioni non contemplate nelle precedenti fasi di sviluppo: ad esempio la menzogna può avere un carattere compensatorio per coprire quegli aspetti di sé che vengono percepiti come infantili, inadeguati. Questo avviene soprattutto tra i coetanei, per sentirsi all’altezza della situazione, ma anche nei confronti degli adulti, rispetto ad un mondo a cui cerca di adattarsi. Anche il silenzio ed i segreti come le bugie assumerebbero, in questa prospettiva, importanti funzioni evolutive . Il fatto che il bambino dimostri di saper mentire, non significa tuttavia che sappia farlo con successo: per riuscirci in maniera ottimale, infatti, occorre qualche anno di pratica e solo verso i 10-12 anni, quando sono maturate molte delle abilità cognitive, emotive e relazionali, i bambini comincino a mostrare una buona competenza nel farlo . È intorno a quest’età che può trovare applicazione la definizione di bugia intesa come messaggio intenzionalmente falso, poiché per mentire con successo non basta improvvisare ma occorre, specie per le menzogne più impegnative, la predisposizione di vari piani operativi per fronteggiare eventuali imprevisti. Il bugiardo “di successo” deve, ad esempio, tener conto del punto di vista di chi intende ingannare e sapersi mettere nei panni dell’altro per valutare l’impatto del proprio comportamento, operazioni queste difficilmente gestibili da bambini in età prescolare. Per mentire bene, il minore deve sviluppare competenze linguistiche adeguate (es. scelta di vocaboli, velocità di parola, inflessione) e la capacità di pensare rapidamente per riuscire a sintonizzare il proprio messaggio sulle aspettative del destinatario, nonché un buon controllo emotivo nel senso di saper fingere le emozioni (sorpresa, calma, indifferenza ecc.) che la bugia che si sta raccontando richiede . Questo specifico tipo di competenze, anche se talvolta presenti già in tenera età, migliora con gli anni per raggiungere, nel periodo adolescenziale, lo stesso livello che si riscontra in età adulta. Le ricerche di Piaget e degli altri studiosi che hanno affrontato questo importante tema dello sviluppo danno indicazioni precise nel senso che ritengono illusorio attendersi dal bambino la padronanza di questa diverse funzione fino a quando egli non abbia raggiunto una fase avanzata nel suo processo evolutivo: l’acquisizione del concetto di verità e le motivazioni all’essere veritieri non sono processi automatici, bensì tappe da raggiungere, frutto di un apprendimento emotivo e sociale utile a relazionarsi correttamente con gli altri e a sviluppare una adeguata stima di sé . I bambini piccoli tendono ad ignorare i concetto di bene e male, buono e cattivo. Sarà l’interazione sociale ed il giudizio degli adulti a trasmettere al bambino il senso di quello che è bene e quello che è male, cosa deve suscitare disgusto o ribrezzo e cosa no .Per concludere questa breve panoramica sull’acquisizione dei concetti di “verità” e “menzogna” da parte dei minori di diverse età, si riporta quanto proposto da Lickona che, rivisitando gli stadi del ragionamento morale elaborati da Kohlberg, ha dedotto alcune utili considerazioni in merito ai mezzi più idonei per ottenere affermazioni quanto più veritiere possibile, a seconda dell’età del bambino :
Livello Stadio Età di raggiungimento
Motivazione del buon comportamento
Tecniche per massimizzare risposte veritiere
1
Premio/punizione
Prima dei 4 anni Ottenere premi ed evitare punizioni
Chiedere semplici descrizioni di azioni specifiche; non chiedere conclusioni o inferenze
2
Obbedienza all’autorità
5-6
Essere percepiti
come ubbidienti Imprimere nella mente del bambino il concetto che il giudice deve essere ubbidito
3
Vantaggi reciproci
7-8
Aiutare gli altri, nella misura in cui se ne può trarre beneficio personale
Spiegare, in termini semplici, come la testimonianza veritiera sarà utile alla giustizia e nel contempo di beneficio al bambino
4
“Bravo/a ragazzo/a”
9-12
Essere percepiti come “bravi”
Fare apparire chiaramente al bambino che dire la verità è “bene”
5
Contratto sociale
Adolescenza
Conservare l’ordine sociale
Spiegare come si ritiene debba funzionare il sistema giudiziario
6 Principi di azione Alcuni adulti Adeguarsi ad alcuni principi etici universali Non sono necessari né spiegazioni né promemoria
In merito alle capacità di comprensione dei fatti, si evidenzia che i bambini sono capaci di descrivere eventi semplici, ma spesso possono presentare qualche difficoltà nel comprendere ed interpretare quelli maggiormente complessi: alcune ricerche indicano, infatti, che se il processo narrativo viene gestito in maniera suggestiva, può indurre i bambini a cambiare la descrizione di quello che hanno visto o che è stato loro fatto, se l’evento si presta, in qualche modo, ad un’interpretazione ambigua .
Secondo una corrente di pensiero i bambini difficilmente mentirebbero quando rivelano spontaneamente un abuso, tuttavia se esposti a certe tecniche investigative spesso rischiano di narrare storie di eventi in realtà mai accaduti: delle vere e proprie false credenze. Alcune volte il fatto stesso di porre la domanda in maniera diretta può alterare la rievocazione originaria, a maggior ragione se l’interrogante o il genitore ripete più volte la stessa domanda, buona parte dei bambini potrebbe dedurre che non ha fornito la risposta “giusta” e quindi potrebbe creare una nuova storia per soddisfare le aspettative dell’adulto. Altre volte questo comportamento può essere indotto da un sistema esplicito o implicito di ricompense per la risposta “giusta” o di rimproveri/punizioni per quella “sbagliata” .
Questo fenomeno, chiamato compliance (compiacenza), può essere descritto nella psicologia della testimonianza come la tendenza a dire ciò che si ritiene l’altro voglia sentire. Si tratta di una situazione ben diversa dal mentire intenzionalmente, dal momento che non è presente in questo caso alcun desiderio di danneggiare l’altro, nessun antagonismo, nessun desiderio di dire cose false e di ingannare. Al contrario, se si vuole, la si può inquadrare come una forma di collaborazione estrema: una persona che vuole compiacere dice ciò che pensa l’altro voglia sentire e capta tutti i piccoli segnali inviati con l’intento di far capire che cosa ci si aspetta dalla risposta. Il cercare di compiacere l’altro può portare quindi ad una modifica del resoconto testimoniale .
Una volta indotto il comportamento di compliance, le narrazioni rischiano di impiantarsi stabilmente come ricordi nella mente del bambino. Più la narrazione è ripetuta, più stabile diventa il ricordo indotto. Più lunga l’attività investigativa, più suggestive le tecniche usate, maggiore è la possibilità che il bambino descriva eventi mai accaduti e consolidi così ricordi non autentici. La conseguenza è che questi ricordi diventano reali nel senso che il bambino li accetta come valide rievocazioni di eventi veri accaduti in passato. Il fatto stesso di rievocarli produce immagini mentali dell’evento che il soggetto ha poi difficoltà a discriminare dalle esperienze realmente vissute .
Anche se la ricerca a proposito richiede ulteriori e più esaurienti risposte, sono numerosi i risultati che convergono nell’indicare come domande fuorvianti creino non solo un resoconto non accurato, ma una vera e propria modifica del ricordo originale.
Visto che la memoria è un processo non riproduttivo ma ricostruttivo, quando un minore narra un evento può produrre una narrazione che parte dai racconti che in precedenza ha fatto su questo evento e che vengono inglobati e riferiti come autobiografici nella rappresentazione fornita all’interrogante. Ma, come afferma anche Loftus, un conto è cambiare un dettaglio o due in un ricordo altrimenti integro, altra cosa è indurre il ricordo di un evento mai accaduto .
Nel corso degli anni ’80 si è sviluppato un intenso dibattito in cui da una parte c’era chi sosteneva che la presentazione di informazioni fuorvianti potesse portare a un cambiamento della rappresentazione in memoria del ricordo originario, cancellandolo , e dall’altro chi invece riteneva che l’informazione fuorviante semplicemente aggiungesse un ulteriore dato all’interno della rappresentazione, senza cancellare i dati in esso già contenuti . Negli anni con gli studi si è osservato come, anche in funzione del contesto sociale e della autorevolezza attribuita all’interrogante, entrambe le situazioni siano possibili: talvolta l’informazione originale viene completamente cancellata da quella fuorviante, mentre altre volte le due informazioni possono coesistere, risentendo in questo caso anche delle variabili legate al contesto sociale e situazionale, come ad es. l’autorevolezza, credibilità e competenza dell’intervistatore .
Contributi interessanti provengono dal filone di ricerche relative al Brain Imaging, e da ricerche come quelle condotte da Kosslyn che hanno accertato come nel cervello esistano centri nervosi che si attivano sia quando si vede qualcosa sia quando si immagina di vederla: il processo di immaginazione genera una attività cerebrale molto simile a quella che si produce quando si osserva concretamente un oggetto o si sperimenta una situazione . Da queste osservazioni gli scienziati deducono che azione, percezione ed immaginazione sono molto più simili tra loro di quanto non si fosse mai sospettato. Questi risultati sarebbero meglio spiegabili alla luce dell’attribuzione che i soggetti fanno di una genuina realtà alle immagini mentali e a ben precise trasformazioni mentali eseguite su di esse . Questo accade perché la memoria è esposta a processi che ne distorcono il contenuto al punto che spesso il ricordo sembra vero anche quando non lo è. Questa anomalia mnestica è aggravata dalla fiducia che i soggetti ripongono nella loro memoria e che li rende sorprendentemente (e spesso a torto) sicuri dell’esattezza storica delle proprie risposte .
Un altro fattore che contribuisce alla formazione dei ricordi infantili è costituito del contesto sociale della rievocazione fornito dall’interazione con figure adulte. Gli adulti, infatti, nel fare domande al bambino su eventi vissuti tendono a trasmettere una notevole quantità di informazioni su quanto è accaduto, su quello che il bambino ha visto, sulle sue impressioni e così via. È allora possibile, come ritiene Fivush, che il bambino incorpori informazioni provenienti dagli adulti nel suo successivo ricordo dell’evento . In altri termini si insegnerebbe al bambino cosa deve ricordare, quale esperienza privilegiare tra le tante vissute in una data occasione, che tipo di risposta emotiva collegare ad un dato evento e così via.
E’ definita source monitoring la capacità di riconoscere l’origine degli eventi e dunque riconoscere da quale fonte provenga una informazione o un ricordo. La confusione che può interessare tale capacità può contribuire ulteriormente all’emersione dei falsi ricordi e della suggestione: infatti, se non viene ricordato che ad esempio l’intervistatore ha fornito un’informazione errata, questa potrà essere poi scambiata per un fatto reale .
Meccanismi come errori percettivi, confabulazioni, condensazioni di episodi differenti, commistioni di significati elaborati durante differenti tappe evolutive, inclusione di suggestioni provenienti da più persone ecc., aggravati dalla tendenza del bambino a confondere gli elementi percepiti con quelli immaginati, aumentano le probabilità che nella memoria del minore il ricordo di quanto immaginato possa diventare altrettanto reale quanto quello percepito.
Come ricordano Amerio e Catanesi fra bugia e verità la separazione può non essere così netta, fra aderenza al reale (o percepito tale) e fantasia (ovvero elementi non appartenenti alle percezioni fissate in sequenza di eventi) vi sono innumerevoli sfumature e nello stesso racconto possono alternarsi ricordi veri e falsi, veri arricchiti da particolari falsi o falsi con ancoraggi o riferimenti alla realtà. Non sempre, infatti, un ricordo che contiene evidenti inesattezze è di per sé falso: tali dettagli errati possono essere il prodotto di un ragionamento che la persona ha fatto dentro di sé nel rievocare, mantenendo comunque autentica la sostanza del ricordo. Da qui la necessità di tenere alta la guardia dinanzi a racconti sempre uguali a se stessi, senza mai l’aggiunta di anche piccoli particolari o riflessioni a diversificarli.
4. Il fenomeno delle false accuse
Anche se per molto tempo un errore frequente in cui si cadeva in ambito forense è stato quello di sottovalutare le dichiarazioni rese dai bambini, nondimeno si dovrebbe pregiudizialmente negare l’eventualità che possano verificarsi situazioni di false accuse. Autori come Mantell, dopo anni di consulenze nei tribunali, sottolinea come sia frequente incontrare molti casi di errate dichiarazioni di abuso (soprattutto sessuale), determinate essenzialmente da incomprensioni venutesi a creare tra bambini e adulti e per la precisione, da errate interpretazioni da parte di questi ultimi . Limiti di vario tipo, come quelli linguistici o relativi ad una scarsa comprensione di specifiche manifestazioni evolutive presenti nel bambino, come ad esempio lo sviluppo di interessi a carattere sessuale, supportati da una scarsa conoscenza o “negazione” da parte dell’adulto stesso della vita e delle naturali curiosità sessuali del minore, rischiano quindi di essere alla base di falsi sospetti. Basti pensare alla pericolosa tendenza a considerare ogni manifestazione od interesse del bambino attinente questa sfera come un importante “indicatore” di avvenuto abuso .
Situazioni più complesse sono quelle in cui consapevolmente o involontariamente possono emergere false dichiarazioni di abusi nel contesto delle dispute per l’affidamento dei minori in casi di separazione. In questi circostanze la possibilità che un bambino possa essere indotto a mentire dall’autorevolezza o dal potere che un adulto esercita su di lui, deve essere seriamente presa in considerazione. Infatti, quanto più è piccolo il minore e maggiore la pressione cui sia sottoposto, tanto maggiore risulta la possibilità da parte sua di contaminare i dati di realtà con le suggestioni a cui è esposto, fino a non poter più discriminare ciò che è avvenuto da ciò che direttamente o indirettamente gli è stato suggerito .
Verso la fine degli anni ‘80 Gardner individuò e descrisse la “Sindrome da Alienazione Genitoriale” (PAS, Parental Alienation Syndrome), un disturbo riscontrabile nei casi di conflittualità genitoriale. Esso è caratterizzato dalla tendenza del bambino e criticare aspramente e denigrare un genitore in modo ingiustificato, condotta questa indotta dalle manipolazione dell’altro genitore per vendetta contro il partner o per ottenere l’affidamento del figlio e vantaggi economici .
Per valutare la presenza di PAS è necessario verificare i seguenti criteri:
- il bambino riferisce l’abuso solo se spronato dal genitore che sostiene la denuncia;
- esiste una contraddizione tra accusa del minore e presenza confortevole del genitore accusato;
- c’è una partecipazione vivace e litigiosa del genitore che sostiene la denuncia;
- nel minore è presente la tendenza a manipolare oppure presenta un evidente bisogno di accondiscendenza.
Nei casi di induzione spesso il genitore o il parente mostra di avere più informazioni rispetto a quelle possedute dal bambino e l’accusatore tende a non manifestare autentici segni di sofferenza e di conflitto per i presunti fatti d’abuso, di cui sarebbe venuto a conoscenza, mostrandosi invece insensibile nei confronti delle condizioni e dei problemi del bambino e manifestando interesse e soddisfazione soprattutto nel perseguire efficacemente e rendere credibile la propria strategia accusatoria .
Non andrebbero neppure sottovalutati i gravi errori professionali frutto della superficialità nelle opinioni di quegli operatori che non cercano di sostenere adeguatamente l’indagine con altri elementi di conferma dell’abuso. Errori questi, presenti quando i bambini vengono sottoposti a domande suggestive o “guidate” che possono indurlo a confermare ciò che l’esperto od il contesto sociale e familiare si aspetta di ottenere.
Anche se all’interno del fenomeno delle false accuse risulta molto più raro il caso in cui sia un bambino a prendere l’iniziativa di accusare falsamente un adulto, piuttosto che il caso in cui l’adulto induca in un bambino un racconto non vero concernente un abuso , un pericoloso stereotipo riguarda il fatto che i bambini, quando narrano l’abuso (soprattutto di tipo sessuale), non mentano mai ed anzi, alcuni esperti (nonostante le numerose ricerche che hanno dimostrato la preoccupante capacità del bambino di mentire anche su fatti di abuso sessuale) interpretano ogni tentativo di ricercare e verificare la prova delle accuse come una dimostrazione di incredulità o di negazione del fenomeno-preconcetto. Ci sono poi i casi, sempre più frequenti, in cui l'accusa di abuso sessuale nasce dalla precisa e premeditata pianificazione dell'inganno da parte del minore stesso che "costruisce" un racconto così attendibile e verosimile da ingannare persino gli esperti . Il tema della possibile volontà della presunta vittima a mentire non dovrebbe essere oggetto di diniego: stimoli culturali e mediatici possono oggi fornire, infatti, le conoscenze sessuali al bambino per costruire una falsa accusa (a seguito per esempio di più frequenti messaggi televisivi sul tema, quasi mai peraltro, elaborati in famiglia o a scuola con l’aiuto degli adulti), quando tuttavia ricorrono gli indispensabili fattori motivanti, di tipo psicologico e relazionale.
Particolari strani, assurdi, fantastici possono rientrare nelle dichiarazioni di bambini indiscutibilmente attendibili e “la presenza di questi elementi non dovrebbe condurre automaticamente al rifiuto della denuncia del bambino senza aver prima analizzato i possibili meccanismi che stanno alla base del materiale fantastico” . Anche la stessa presenza di vere e proprie bugie nel racconto non deve tuttavia portare necessariamente a concludere che tutto il suo racconto sia menzognero.
Le dichiarazioni infantili non veritiere presentano caratteristiche cliniche piuttosto riconoscibili: quelle frutto di un’induzione possono a volte apparire prive di dettagli e, ad una osservazione superficiale, più chiare e definite di quelle corrispondenti al vero. Il minore manipolato da un adulto e sollecitato a mentire, può fornire ad interlocutori diversi una narrazione con dettagli precisi, sempre uguali anche con il passare del tempo: nelle false rivelazioni frutto di induzione compare infatti una sorta di stereotipia narrativa particolare, in cui il minore non è in grado di fornire particolari ulteriori circa l’evento denunciato e, se forzato a farlo, può contraddirsi vistosamente . Il racconto può risultare privo di coloritura emotiva o accompagnato da sentimenti non compatibili con l’evento narrato e, seppur vero che una forma di distanziamento emotivo può comparire frequentemente anche nelle comunicazione di bambini realmente abusati come meccanismo di difesa dalla sofferenza, il minore tende di solito a mancare di autenticità nelle espressioni delle emozioni o del contenuto e ad utilizzare un linguaggio adulto inappropriato. Emozioni significative possono essere colte tuttavia nell’atteggiamento di acquiescenza e di compiacenza che il minore manifesta nei confronti del genitore che sostiene l’accusa .
Va ricordato che la rievocazione di un evento è sempre un processo dinamico e, soprattutto quando ci si riferisce ad elementi ad impatto traumatico, è ben difficile poterli riportare in superficie senza che contestualmente riemergano i vissuti emotivi di accompagnamento, senza che vi sia anche una qualche “riattualizzazione” dei sentimenti ad essi collegati. Da qui la difficoltà di riproporli stereotipatamente, senza cioè che il contenuto emotivo non condizioni la qualità della rievocazione tanto nel suo aspetto formale quanto nel numero e nell’aspetto dei dettagli rievocati .
La struttura della narrazione di un abuso risulta ben diversa da quella delle costruzioni fantastiche infantili. Il bambino piccolo, quando inventa delle bugie o produce storie irrealistiche o confabulatorie, attribuisce abitualmente a se stesso un ruolo positivo, cercando di ottenere con esse un obiettivo concreto e narcisistico immediato. Quando il bambino costruisce una falsa accusa di abuso, più che vantaggi genericamente narcisistici, come ad es. il richiamo dell’attenzione su di sé (che in un bambino realmente abusato costituirebbe un vantaggio largamente secondario per compensare il danneggiamento dell’autostima subito o il perdurare dei problemi relazionali e familiari), persegue finalità di “punizione” e di controllo onnipotente sulla realtà. Nelle costruzioni fantastiche ricorrenti, il bambino (soprattutto prima dei 6/7 anni) prende spunto dalle sue esperienze attuali per costruire piacevolmente storie dove egli risulta non già la vittima, bensì colui che controlla la situazione in modo vincente e riesce ad appagare desideri e ad eliminare in modo spesso onnipotente problemi ed ostacoli. I bambini realmente abusati, invece, quando raccontano la loro esperienza tenderebbero ad attribuirsi il ruolo di vittima, spesso impotente ed in balia dell’adulto.
Nel raccontare la loro esperienza i bambini abusati possono provare effetti di sollievo da forti tensioni od inibizioni a parlare, ma sembra improbabile che possano provare piacere per i contenuti della narrazione in quanto tale, né cercare di realizzare obiettivi immediati con tale narrazione. Il racconto dell’abuso, risultando costantemente conflittualizzato, non produce vantaggi immediati al bambino, bensì forti disordini e problemi nel suo ambiente di vita.
Come sottolineato efficacemente da Claudio Foti, già Freud con la sua “teoria della seduzione”, metteva in luce come le fantasie infantili, anche di tipo sessuale, possano esercitare una forte influenza sulla costruzione di ricordi di esperienze di abuso. Tuttavia i racconti relativi ad un abuso sessuale realmente avvenuto non risulterebbero neppure sovrapponibili alla immaginazione infantile condizionata da fantasie edipiche: queste ultime sarebbero, infatti, attraversate dall’illusione di un rapporto soddisfacente e speciale con il genitore dell’altro sesso e da un’atmosfera fiabesca, dove il bambino risulta il protagonista, il trionfatore e l’eroe e non già il narratore di una storia non padroneggiata, non compresa, segnata da sensi di colpa, di vergogna e di impotenza .
Appare dunque di fondamentale importanza prestare la dovuta attenzione a queste aree di potenziale errore che potrebbero comunque determinare testimonianze convincenti anche in situazioni in cui l’abuso è assolutamente infondato.
Come suggeriscono Foti e Bolognini , il problema delle false accuse può e deve essere affrontato come problema clinico non solo per proteggere adulti colpiti ingiustamente da denunce infamanti e distruttive, ma anche nell’interesse dei bambini coinvolti nella falsa accusa, in quanto questi ultimi vivono comunque gravi forme di disagio e di strumentalizzazione psicologica. Ma questo compito non può essere svolto se contestualmente non vengono mentalizzate e contrastate le pressioni sociali e ideologiche che puntano ad enfatizzare il fenomeno dei falsi positivi, impedendo un approccio attento e rispettoso ad ogni vicenda individuale.
Ovviamente un bambino, per quanto “non credibile” o “bugiardo”, resta degno di comprensione e aiuto. Nella costruzione di una menzogna esistono sempre responsabilità dirette ed indirette del mondo adulto circostante. Gli autori ricordano come sia indispensabile al termine dell’intervento di valutazione, non lasciar cadere le responsabilità degli adulti sottese al comportamento del bambino “bugiardo”, responsabilità che possono consistere, a seconda delle situazioni, in atteggiamenti prolungati di manipolazione, abbandono, trascuratezza, rifiuto emotivo, ecc. Porre l’accento sulle responsabilità degli adulti, non significa minimizzare comunque quelle dei bambini: negare le responsabilità di questi ultimi significherebbe infatti, non dare risposta ai problemi mentali e relazionali, che hanno prodotto la falsa accusa. Togliere ai bambini la loro responsabilità significherebbe non ascoltare in pieno il segnale di protesta insito nel sintomo della menzogna e i sottostanti sentimenti di disagio e di rabbia.
La possibilità di individuare una falsa accusa da induzione passa quindi non solo attraverso l’analisi della testimonianza del bambino, ma anche attraverso la valutazione della personalità e dell’atteggiamento emotivo e relazionale del genitore che sostiene la rivelazione.
Come precedentemente evidenziato, la fantasia costituisce un elemento fondamentale dell’attività psichica del minore, e la sua comparsa non dovrebbe essere considerata di per sé indice di una precisa volontà di mentire: la capacità di farlo efficacemente, infatti, necessita di una certa attitudine all’immaginazione, un’attività psichica evolutiva che ha importanti ricadute sul piano adattativo.
Ma cosa può motivare un minore a raccontare di abusi quando questi non corrispondono al vero?
In merito al tema della menzogna in ambito giuridico possono essere distinte alcune categorie specifiche di minori “bugiardi”:
• bambini molto piccoli che confabulano o mentono per ottenere l’attenzione o l’approvazione degli adulti o nel caso specifico, dell’intervistatore;
• bambini più piccoli (di età comunque superiore ai 7 anni) spinti da bisogni emotivi di vario genere;
• adolescenti e preadolescenti che attraverso una falsa accusa intendono perseguire uno scopo strumentale;
• bambini mentalmente disturbati che mentono per ragioni patologiche.
Le dinamiche psicologiche che hanno portato alla menzogna un minore meriterebbero in ogni caso di essere comprese, al fine di risalire ad una verità che, anche se non riguarda specifici abusi, resta comunque da approfondire ed elaborare.
Quando si definisce genericamente un bambino “bugiardo”, il termine dovrebbe essere utilizzato per indicare chi mente per abitudine costante. D’altra parte, come ricordano anche Foti e Bolognini, una bugia quando diventa tendenza strutturale a rapportarsi alla realtà, implica un rischioso impoverimento della fondamentale funzione psichica della consapevolezza, un indebolimento della capacità della mente di rappresentarsi correttamente la realtà per poterla affrontare adeguatamente. [...] Quando la menzogna si pone come una tendenza strutturale, insinuandosi nei rapporti con insistenza, per falsarli, assume uno spessore e un significato differenti, diventa difesa e nel contempo offesa, diventa provocazione aggressiva, un richiamo, carico di malessere, che dovrebbe essere ascoltato e compreso .
Un bambino normalmente equilibrato, che vive in un ambiente sufficientemente sereno ed affettuoso, adatto ai suoi bisogni, non avrebbe infatti ragione di acquisire l’abitudine a mentire, ed in effetti tende a non dire bugie se non in alcune circostanze comprensibili.
Gli stessi autori sottolineano come la bugia abituale sia un sintomo di “perdita di speranza” nei confronti dell’ambiente adulto che circonda il bambino. Non a caso si manifesta a periodi, attraverso crisi, per lo più in risposta a momenti di transizione, di conflitto e di difficoltà del sistema relazionale che circonda il bambino. Quasi sempre il ricorso alla bugia diventa meno reiterato o sparisce con il cambiamento di circostanze, nel momento in cui si instaura un nuovo equilibrio con un ambiente diverso, più comprensivo e rispondente, a dimostrazione che la tendenza a mentire si origina in relazione ad un contesto sociale e relazionale che non favorisce altre risposte più adattative. Si pensi a come un bambino esposto ad abusi tenda ad apprendere dall’ambiente familiare lo stile comunicativo socialmente diffuso basato sulla falsità emotiva, sulla rimozione, sulla negazione e sull’alterazione dei sentimenti: “non si può pretendere che un bambino abusato, vissuto per anni, prima e durante l’abuso, in un ambiente in genere connotato nel senso dell’onnipotenza, della perversione, della mancanza di rispetto per la realtà e della verità non sia stato condizionato in qualche modo e su qualche aspetto a mentire” .
Se il sistema relazione in cui vive il bambino non riesce a cambiare e a rimuovere gli ostacoli, allora il conflitto può rischiare di essere interiorizzato nella mente del bambino e di creare un blocco permanente dell’abitudine a fingere, che diventa un comportamento sintomatico, analogo per certi versi all’anuresi, al comportamento aggressivo o ipercinetico .
La menzogna si pone quindi, sotto questa prospettiva, come comunicazione da recepire con rigore ed empatia, in quanto collegata ai vissuti di sofferenza, solitudine, rabbia e difficoltà di adattamento del bambino. Rappresenterebbe una strategia per agire impulsi, per evitare il contatto mentale e la messa in parola di vissuti emotivi che non hanno trovato nell’ambiente, possibilità di essere ascoltati; una specie di scorciatoia per vivere, almeno nella fantasia, legami relazionali che si desiderano ma che la realtà invece non offre.
In merito alla costruzione volontaria di una falsa accusa da parte del minore, è utile sottolineare che essa può non rappresentare soltanto il sintomo negativo e patologico di una sofferenza, ma anche l’attivazione di un meccanismo di difesa che, seppur disadattivo, simboleggia l’